Cari fratelli, a seguito della richiesta di fr. Michele Papi vi mando qualche notizia sulla situazione della nostra comunità a Gerusalemme, dove sono incaricato come vice guardiano e insegno in diversi istituti. Da più di un mese la guerra colpisce non solo Gerusalemme, ma anche il nord, il centro e il sud del Paese, i territori del Cisgiordania da Ramallah fino a Hebron e Betlemme. La nostra vita quotidiana resta sospesa, come trattenuta in un lungo respiro. Tutto è incerto, fragile, a volte pericoloso. Le giornate vengono interrotte dai preavvisi sui telefoni cellulari che indicano l’arrivo dei missili e poi dal suono delle sirene che avverte del loro avvicinarsi alla nostra città. Il sistema di allarme ci protegge e ci dà qualche minuto per raggiungere i rifugi, ma ricorda anche quanto sia delicata la situazione. I preavvisi possono arrivare in qualsiasi momento: all’alba, a metà mattina, a mezzogiorno, nel pomeriggio, la sera, durante la Messa o la preghiera comunitaria, mentre studiamo o siamo a lezioni — online o in presenza — e persino nel cuore della notte mentre dormiamo. Nessun momento della giornata ne è davvero libero. Questo rende la vita vulnerabile e incerta, e ha inevitabili ripercussioni anche sulla vita religiosa e sulle prossime celebrazioni pasquali. “Istruzioni di sicurezza: seguile, ti salvano la vita”, ripetono giornali e notiziari, invitando tutti a rifugiarsi nei luoghi protetti nei momenti di pericolo. Anche la nostra comunità cappuccina di Gerusalemme segue con attenzione queste indicazioni: frati e ospiti scendono insieme nel luogo sicuro; si evita di uscire fuori senza necessità e, anche durante una semplice passeggiata per prendere un po’ d’aria, si rimane attenti al telefono e trovare subito un riparo nei luoghi protetti o nei rifugi pubblici non appena iniziano a suonare i preavvisi e, qualche minuto dopo, le sirene. Ogni volta speriamo che il missile venga intercettato e che i detriti non cadano sulle case, sui rifugi o sui luoghi protetti. La speranza più grande, però, è che la guerra finisca e che i popoli imparino finalmente a vivere in pace e a rispettarsi, camminando nella vera giustizia. Questa non è solo un’aspirazione: è una preghiera che sale ogni giorno dalle nostre parole e dal nostro silenzio, un filo di speranza che ci accompagna verso la possibilità di un domani di pace.